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Signora Bice

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di Harman Sandhu Simone Ram

«Questa è la chiesetta di Sant’Andrea, ed è stata costruita nel 1200, solo poi è diventata di Sant’Anna perché, le nonne raccontano, c’era la siccità e dopo una novena a Sant’Anna ha ripreso a piovere. Io curo la chiesa dal 1972, prima lo faceva mia mamma».

Nel mese di Febbraio la scuola ci propone un progetto interessante: Rigenerazioni, che prevede l’intervista da parte di una coppia di alunni a persone che hanno fatto a loro modo la storia del nostro paese; a noi è capitata la signora Bice.
Prepariamo con cura le domande e non aspettiamo altro che il giorno in cui andremo a svolgere questo lavoro.

È giunta l’ora: martedì 28 febbraio ore 8:30.
Per arrivare alla chiesa di Sant’Anna, dove ci incontreremo con lei, siamo passati per una stradina stretta nella parte antica di Gorlago chiamata Castello: tutti gli edifici intorno a noi erano di pietre e le strade non erano asfaltate ma lastricate con pietre color rame; abituati a vedere strade asfaltate, ci sembrava di essere entrati in un mondo a sé, distante da quello presente.
Quando siamo arrivati, ad aspettarci c’era la signora Bice, vivace come il pile azzurro che indossava e che spiccava in mezzo al grigio degli edifici, una signora gentile, simpatica, anziana e molto sorridente. 

Da quanto tempo cura la chiesa di Sant’Anna? E perché lo fa? 

Questa è la chiesetta di Sant’Andrea, ed è stata costruita nel 1200, poi è diventata di Sant’Anna perché, le nonne raccontano, c’era la siccità e dopo una novena a Sant’Anna ha ripreso a piovere. Io curo la chiesa  dal 1972, prima lo faceva mia mamma, poi sono subentrata io. Curo la  chiesa come vecchia castellana, abitante della zona castello, e per il ricordo della mia gioventù e della mia infanzia.

Che cosa significa essere custodi della chiesa? Quali sono le sue  mansioni? 

Mantengo la chiesa pulita, passo la scopa e faccio le polveri, la apro e la preparo quando ci sono feste religiose, matrimoni o visite guidate, anche da altri paesi, come per le Terre del Vescovado o le camminate del Cai. Certe volte delle famiglie mi chiedono di aprire la chiesa per pregare, o di recitare io delle preghiere per loro e di accendere una candela quando è  successo qualcosa nella famiglia, come per un’operazione, per la nascita di un bambino, o per la morte un parente.

È molto legata a questo luogo? E la gente di Gorlago ci è legata? 

Sì, sono molto legata a questa contrada, perché per ventun anni ho fatto la cuoca alla scuola materna, i bambini venivano sotto le finestre di casa mia e dicevano «uno due tre Bice, arriviamo, prepara le caramelle!». Una suora, l’unica ancora in vita, mi scrive ancora cartoline intitolandole Bice del mio cuore e leggendole mi  commuovo ancora. E dato che facevo delle frittelle buonissime, i bambini avevano iniziato a chiamarmi «mamma Bice». Sono nata e  cresciuta sempre qui, ci conoscevamo tutti e ci aiutavamo, anche  nella gestione della chiesa.

Dicono che lei sia l’anima della contrada, cosa vuol dire?

Sono l’anima della contrada perché io qui ci ho sempre vissuto da quando ero appena nata: a quei tempi la custode della chiesa era mia mamma, ma quando lei è morta le chiavi della chiesetta sono passate a me e quindi io da allora sono la nuova custode. Mi chiamano «anima della contrada» perché, oltre al servizio alla chiesina, tutti si ricordano di me anche per altri episodi: ho lavorato ventun anni come cuoca all’asilo, che allora era nella zona della casa di riposo; inoltre per i bambini e le loro famiglie organizzavamo delle gite per la quinta elementare, che frequentavano i miei nipoti, in cui si andava nella natura e io, per l’evento, il giorno prima, iniziavo a preparare le frittelle, dato che tutti i bambini adoravano le mie frittelle, e le avvolgevo in una tovaglia dentro uno zaino della Coca-Cola, sempre lo stesso, che si ricordano ancora oggi, assieme al caffè con «l’acqua di Sant’Anna» per correggerlo. Alla fine dell’anno mi hanno regalato una pergamena con la scritta: «Alla nonna delle frittelle!». Quando non lavoravo, i bambini della scuola materna risalendo la vietta) dietro casa mia con le maestre, al grido: «Un due tre Bice, arriviamo! Prepara le caramelle!» Sapevano che avrebbero trovato quello che cercavano. Oltre ai bambini poi c’erano gli anziani della casa di riposo, che mi chiamavano per chiedere delle sigarette chiamate Nazionali. Quando sentivo: «Mokettera!»  era il momento del caffè, che bevevamo assieme, loro da un lato del muro, io dall’altro.
A dimostrazione che questi sono ricordi davvero felici, sentiamo in sottofondo la risatina del marito, che ascolta i suoi racconti!
Proseguiamo l’intervista:

Come è cambiata la contrada nel tempo?

Come l’umanità, anche la contrada è cambiata: infatti quando ero piccola la via era popolata da moltissimi bambini, oggi non ce ne sono più così tanti, perché se ne «comprano» di meno, mentre una volta quattro eran pochi. Anche le case sono cambiate, hanno intonacato e tolto i balconi.
Adesso in pochi vengono ancora qui, la maggior parte delle persone mi chiama al telefono e mi dice di accendere una candela e fare una preghiera, ma il giorno in cui ci riuniamo di nuovo è il giorno in cui c’è la festa di sant’Anna e per i preparativi mi aiutano i miei figli, una mia vicina e gli alpini: mettiamo fuori dalla chiesa cinquanta tavoli e per l’occasione si offre a tutti gli ospiti la cena. Il giorno di sant’Anna si celebrano due messe, una al pomeriggio e una alla sera, poi si fa la processione in giro per il paese. In tanti vi partecipano, venendo anche da fuori, per la voglia di rivedersi.

Quali erano i giochi e i passatempi di una volta?  

Prima si lavorava perché in famiglia c’era bisogno, io infatti già da bambina andavo a «guardare» delle bambine piccole, a far loro da balia, e nel frattempo mi hanno insegnato a cucire. Al sabato poi, gerla in spalla, si andava nel bosco a raccogliere la legna, e si rubava l’uva, perché si aveva fame! Si cantava tutti insieme, c’era L’armonia della compagnia. La domenica poi con una cesta di vimini si andava al lavatoio sul Cherio. Nel tempo libero si giocava al pallone, a Lippa (si prendeva un bastoncino di legno con due punte e poi se ne prendeva un altro senza e l’obiettivo era colpire il bastone senza punte e farlo schizzare più lontano possibile)… Ma voi non fatelo perché rompereste i vetri! Si giocava a Pirla (una specie di trottola), a Nascondino, a biglie, a Mondo, a Elastico, con la corda e con una ruota da far girare senza che cadesse con una specie di uncino. Intanto si badava ai fratelli piccoli, ci si dava una mano… E si scappava dalle nonne che urlavano per il troppo baccano, ma forse quello succede ancora oggi!

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