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Sandro Salvioni

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di Yassmine Hadoui Viola Colpani

«Quando ero ragazzino non esistevano ancora i campetti i e quindi i ragazzi creavano le porte con i primi oggetti che avevano a disposizione: maglie, scarpe, muretti…»

Fuori dalla nostra scuola c’è un campo da calcio molto grande, e oggi è bagnato perché ha appena smesso di piovere. Fa molto freddo, infatti indossiamo entrambe le giacche, ma appena è arrivato Sandro Salvioni, ci ha salutate e ci ha scaldato le mani con una stretta che non dimenticheremo, perché molto forte e decisa. Ci dà subito un consiglio, ossia quello di sorridere e stringere bene la mano per far capire all’altra persona che siamo sicuri di noi stessi. È vestito da uomo sportivo, con una camicia, un maglione e sopra un felpone col cappuccio che sbucava dalla giacca. Un calciatore infatti resta tale anche quando non gioca più! E un allenatore è prima di tutto un educatore, attento a tutti i ragazzi che incontra, noi comprese. Nel raccontarci la sua vita, si è commosso.

Come è cambiato il calcio negli anni? Com’era negli anni ‘70/80? 

Il calcio è cambiato parecchio dagli anni ‘70/80: prima non c’erano i procuratori calcistici che hanno il compito di trovare per la società dei calciatori con i quali firmare un contratto. 

Ci spiega, per esempio, che lui non ha mai avuto un procuratore e spesso il rapporto con queste figure professionali  non era semplice, soprattutto da allenatore, perché consigliavano giocatori che non erano adatti al metodo di gioco che lui utilizzava. Ricorda molto bene il caso di Evrà, giocatore che ha allenato nel Nizza e al quale ha cambiato ruolo, da attaccante a esterno destro. È stato difficile fargli accettare il cambiamento, ma la scelta si è rivelata vincente: il ragazzo è diventato un campione sia con la nazionale Francese che col Manchester.

Prima giocavi, ora alleni. Tra le due attività quale ti piace di più?

«A ME PIACE IL CALCIO», questa è stata la sua risposta, e l’ha motivata spiegandoci che giocare gli trasmette emozioni incredibili, che rivivrebbe sempre: infatti non ha vissuto per diventare calciatore, ma lo è diventato senza accorgersene ed è stata una grande soddisfazione. «Sicuramente giocare è la parte più semplice», ci spiega, «con meno responsabilità, devi solo allenarti e fare una buona partita», anche se ricorda ancora l’ansia dello scendere in campo quando lo stadio è gremito. Ma, magicamente, tensione che spariva al fischio d’inizio, perché «quando si è concentrati non si vede più niente». Da allenatore, è tutto molto diverso e si devono gestire molte responsabilità durante la settimana e durante l’allenamento: «si deve comunicare con i giornalisti e soprattutto si ha la responsabilità dei ragazzi stessi». Per esempio, ci racconta, con la voce incrinata dalla commozione, che una delle sue più grandi soddisfazioni è stata quella di aver convinto a tornare a scuola un ragazzo che stava abbandonando. Fondamentale era insegnare il rispetto e l’educazione, a partire dalle piccole cose, come l’ordine e la pulizia negli spogliatoi. La sua esperienza da giocatore è stata preziosa per allenare, anche perché giocando in prima persona aveva imparato cosa si prova quando si sta in campo: per stemperare la tensione prima della partita, per esempio, ricorda che aveva bisogno di ridere, quindi da allenatore ha sempre permesso ai giocatori di fare quel che sentivano, purché rispettassero gli altri. Si è trovato molto bene in tutte e due le parti e ricorda con affetto tutte le squadre in cui ha giocato e quelle che ha allenato. Ha allenato la primavera del Parma per sei anni con al seguito un giovanissimo Buffon, Barone e più avanti anche Balotelli nel Lumezzane, «facendolo giocare io a quindici anni in prima squadra». 

Quando eri piccolo, dove giocavate a calcio in paese? C’erano gli stessi campi di oggi?

Si giocava in oratorio, sul sagrato oppure in piazza, si mettevano giù scarpe oppure magliette per fare le porte perché non c’erano campi appositi. Si giocava soprattutto in oratorio perché c’erano più ragazzi e l’atmosfera era più bella. Si giocava quando capitava, anche subito dopo pranzo prima di riprendere il lavoro. 

Da dove è nata la passione per il calcio?

La passione per il calcio è nata in oratorio, dove c’è la Madonnina, che sto pregando ancora tutti i giorni perché penso che mi abbia aiutato a diventare giocatore. Si giocava anche sul sagrato della chiesa, ricordo ancora la rabbia del parroco, che ci faceva scappare a gambe levate! Soprattutto quella volta in cui dentro la chiesa stavano celebrando la messa! Quando sono tornato a scuola il lunedì mi sono ritrovato davanti il curato, che, purtroppo, si ricordava molto bene di me!
Quando ero ragazzino non esistevano ancora i campetti e quindi i ragazzi creavano le porte con i primi oggetti che avevano a disposizione: maglie, scarpe, muretti… 
Si giocava anche nel parcheggio di fronte al comune: una porta corrispondeva con le scalette a una estremità, l’altra era più o meno dove ora c’è la farmacia. Quando avevo la palla dovevo essere molto reattivo perché nelle partite in oratorio a contendersi il pallone eravamo in tantissimi;  questo aspetto mi ha aiutato a sviluppare la mia tecnica di gioco.

Qual è la tua storia calcistica? In quali squadre hai giocato?

Inizialmente a Gorlago non c’era la polisportiva; a un certo punto è stata creata una squadra a Carobbio nella quale sono entrati tutti i miei amici, tranne me, perché ero stato operato al ginocchio. Andavo in bicicletta a vederli, piangendo, ma questa è stata la mia fortuna, perché a un torneo organizzato in paese, per il quale avevamo creato la squadra “I diavoli rossi”, c’erano due osservatori che mi hanno proposto di giocare nel Chiuduno, addirittura in prima squadra, e io avevo quindici anni! 
I miei genitori mi hanno sempre sostenuto: mio padre era portiere e mia madre giocava come pallavolista nella Corosite, una squadra fondata dal padrone della fabbrica di bottoni in cui lavorava. È stata campionessa d’Italia per cinque anni. Quando partirono per andare a giocare gli Europei a Montpellier, venne ucciso il Duce e loro dovettero tornare indietro dopo aver girato la felpa della tuta, sulla quale c’era scritto «Duce», per non correre rischi!
Successivamente andai in ritiro con l’Atalanta, dove c’erano come giocatori Percassi e Scirea, ma mi scartarono per problemi al cuore. Giocai al Leffe e poi nel Seregno in serie C: giocavo e lavoravo come meccanico alla Corali. Guadagnavo di più a giocare che a lavorare, ma ho sempre lavorato per avere un «piano B» se mi fossi fatto male. Lavoravo fino a tardi la sera per recuperare le ore di allenamento, per il quale dovevo prendere tre treni e percorrevo dalla stazione allo stadio a piedi più di quattro chilometri. Giocai poi a Novara in serie B: non potevo più lavorare ma ottenni l’aspettativa, che mi fu rinnovata per dieci anni, quindi ho potuto giocare con tranquillità e per questo devo ringraziare i miei datori di lavoro.
Passai per molte squadre, come il Foggia, ma successe un fatto pericoloso: un giocatore morì in campo, così mi dissero di andare a fare un controllo ad Ancona e per questo per quattro mesi rimasi fermo, per quasi mezzo campionato! Questo fatto, che fu scritto anche sulla Gazzetta, purtroppo mi ha «tagliato le gambe» nella carriera, infatti molte squadre, come Torino e Sampdoria, non mi vollero. Però nel 1979/1980 mi presero al Brescia, dove ebbi ancora problemi con le visite al cuore. Eravamo in B, ma partimmo malissimo, finendo in zona retrocessione; mi ricordo benissimo che il presidente fece un discorso forte in spogliatoio, e da lì fu tutta una risalita, fino alla partita contro la Ternana, che sancì il passaggio in A: uno a zero con il gol del sottoscritto!
Giocavo come centrocampista, ma sapevo adattarmi ed ero un Jolly.
Ho giocato per molto, tanto che a trentasei anni i giornali scrivevano che «il vecchietto correva più di tutti»!
Tanti allenatori sono stati preziosi, primo fra tutti Sacchi, che mi ha insegnato a imporre il mio gioco in campo.
Sono stato fortunato, ma la fortuna bisogna anche cercarsela, non perdendo tempo e comportandosi responsabilmente.

C’è una squadra in cui hai sempre voluto giocare?

L’Atalanta, è stata da sempre il mio sogno, ma mi hanno chiamato quando ormai ero già in serie A nel Brescia, mentre l’Atalanta era ancora in serie C, quindi decisi di non accettare, perché non mi sembrava giusto.

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