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Pierangelo Sangaletti

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di Deep JashanDiop Marieme Mattu Parerna

«Il simbolo principale è il cappello, avere il cappello alpino in testa è una garanzia e le persone che ti vedono col cappello si rilassano, perché sanno che possono contare sul gruppo alpini. La penna è ciò che distingue il cappello, e noi abbiamo la penna d’aquila, ai tempi vere, ora sintetiche».

Poco sopra la scuola, vicino al bar della polisportiva, sorge su una roccia un bassorilievo color rame: è il monumento degli internati e rappresenta le persone deportate nei campi di concentramento. Si tratta di un monumento che sta molto a cuore agli alpini. Qui ci è venuto incontro un uomo alto, con gli occhiali, aveva il cappello alpino e portava una giacca blu con il loro stemma.

Perché si spende per gli alpini, cosa rappresenta questo gruppo per lei, che cosa le dà?

Io mi spendo per gli alpini perché so che sto facendo qualcosa di costruttivo. Una volta si prestava servizio militare obbligatorio, io l’ho fatto nel 1982 a San Candido, e quando eravamo ragazzi di diciotto o diciannove anni nessuno avrebbe voluto andare, ma dopo questa esperienza, si ritorna e si può entrare nell’Associazione Nazionale Alpini, che non ha più tanto uno scopo militare quanto piuttosto sociale. Questa è una peculiarità degli alpini: se altri gruppi d’arma mantengono anche dopo il servizio militare un’impronta più legata alle armi, lo statuto degli alpini invece dice che bisogna ricordare la storia degli alpini facendo volontariato e determinate altre attività, il tutto in gruppo. E il gruppo è importante, perché crea l’atmosfera di lavoro giusta e fa nascere legami e amicizie. Il gruppo alpini di Gorlago, infatti, ha anche un nucleo di protezione civile che si spende per la cittadinanza, in quanto colonna mobile; per tre o quattro mesi all’anno è in allerta e se chiamato può partire, come è successo per il terremoto de L’Aquila nel 2009. Altra attività sono i campi scuola, per esempio quello che faremo a maggio con la vostra scuola. Questi campi non sono per insegnare la guerra, perché è sempre sbagliata: in guerra sono tutti perdenti perché ci va di mezzo la popolazione. Invece noi vogliamo risvegliare nei ragazzi la voglia di darsi da fare nel sociale. Io sono capogruppo degli alpini da due anni, sono la figura che rappresenta gli alpini, ed è bella la soddisfazione di quando aiuto le altre persone e dall’altra parte vedo ricambiata la soddisfazione nei loro occhi.

Quali sono la storia e i simboli più importanti degli alpini? Per esempio: il cappello e la piuma che significato hanno?

Gli alpini sono nati nel 1872 da Beppe Perrucchetti, che diceva che se ci fosse stata un’invasione sulle Alpi non avremmo avuto un esercito per difendere i confini. È stato allora costituito il gruppo dei Cacciatori delle Alpi, che non erano veri e propri soldati, ma gente del posto, che conosceva la morfologia delle vallate.
Il simbolo principale è il cappello, avere il cappello alpino in testa è una garanzia e le persone che ti vedono col cappello si rilassano, perché sanno che possono contare sul gruppo alpini.  La penna è ciò che distingue il cappello, e noi abbiamo la penna d’aquila, ai tempi vere, ora sintetiche. La nappa colorata cambia colore in base al battaglione in cui si era: la brigata tridentina è verde. Ogni cappello è personalizzato, con la data dello scaglione in cui si partiva e l’anno. Il fregio invece cambia in base a che cosa facevi durante il servizio militare: c’è sempre l’aquila, ma i fucilieri avevano i fucili, i cannonieri il cannone.
Per noi alpini è un orgoglio portare il cappello!

Gli alpini sono legati a guerre e non solo: ci racconta qualcosa di significativo che ha fatto, magari legato al nostro paese, come alpino? Un aneddoto…

Il più significativo è stato con il covid; quando si portavano pacchi alle persone per mangiare e l’anziano in difficoltà apriva la porta e tirava un sospiro di sollievo perché «ci sono gli alpini», queste sono cose che ti rimangono come un bagaglio d’esperienza. Sono le soddisfazioni maggiori: vedere persone soddisfatte. Come anche vedere i ragazzi dopo i campi scuola che iniziano a cantare da soli, e tu capisci che qualcosa hai lasciato.

Perché ha scelto di fare parte del gruppo degli alpini e quali sono i valori degli alpini? Se dovesse sintetizzare in un motto, quale sarebbe?

Il motto sarebbe «ricordare i morti aiutando i vivi». Non bisogna dimenticare chi è morto, non perché volesse combattere, ma perché è stato mandato, è giusto onorare il suo sacrificio aiutando e dando una mano a chi ha bisogno. Il valore, quindi, è il volontariato: aiutare, aiutare, aiutare. Il nostro grande presidente nazionale di Bergamo, Leonardo Caprioli, dopo il terremoto del Friuli avvenuto tra il 1978/1979 è il primo che ha istituito la protezione civile, da qui la svolta per entrare nel sociale. Il gruppo di Bergamo è il più numeroso d’Italia perché ha 24.000 iscritti.

La sede degli alpini: perché c’è, da quando c’è, e cosa rappresenta per lei? Cosa le piace di più di questa sede?

La sede è stata un progetto dei nostri vecchi alpini, nato quando io ero appena tesserato, nell’1984, e gli alpini si ritrovavano al bar Cesani, che ora non c’è più, e sentivano l’esigenza di avere una sede. C’era in zona Montecchi un vecchio mulino, che sembrava fatto apposta, ma andava acquistato e costava ottanta milioni di lire. Nel 1987 allora abbiamo creato una cooperativa per comprare la sede, ognuno ci ha messo dei soldi, abbiamo lavorato sodo ristrutturando noi tutto l’interno ed è stata inaugurata nel 1993. Per una famiglia il luogo principale è la casa, per gli alpini la sede: ci ritroviamo per le riunioni, per i corsi della protezione civile o per altre attività.

Che cosa significa vivere da alpino in un paese: le persone la riconoscono? Che rapporto ha con le persone?

Oggi a volte il nostro ruolo è difficile. Il gruppo alpini non è sempre ben visto, ci sono diversi pregiudizi: noi siamo quelli che mangiano e bevono. Sappiamo far festa bene, ma facciamo festa dopo aver lavorato. Altri pregiudizi riguardano il fatto che siamo un corpo d’arma, invece non è più così. Noi andiamo avanti, nonostante tutto. Un altro aspetto importante per noi è il canto, che è aggregazione. Sono tutti canti con una storia importante, in guerra era una voce di liberazione e speranza: si cantava, si pregava, si pensava alla mamma o al papà lontani. Il canto era basato sulla famiglia, gli amici, la patria. Il canto univa le persone e le diverse culture, ha un ruolo importante per noi. 

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