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Maestra Natalina

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di Sergio Bono, Anuragh Singh e Abdoulaye Fall

«A metà degli anni ’50 ho incominciato a studiare in un collegio di Bergamo. Lì ho ripetuto la terza elementare per volontà di mio padre, che riteneva fossi impreparata. Per arrivarci o prendevamo la corriera, o in tempo di guerra chiedevamo un passaggio salendo su carretti di chi doveva andare in città; ci facevano salire gratuitamente, perché ci si aiutava a vicenda».

Siamo nella casa di Natalina: appena attraversato il lungo corridoio, la figlia ci guida in una stanza dai colori caldi ma tenui, dove troviamo già seduta la nostra intervistata. La stanza è abbastanza antica, arricchita da molti quadri e da una bellissima libreria. La signora non dimostra i suoi novantuno anni, infatti nonostante la sua età non ha nessun problema fisico, ma, a quando ci dice, è solo un po’ «dura d’orecchie». Sulle spalle porta un foulard beige molto elegante e dal suo viso si può capire che è un po’ emozionata per questa intervista.  
Di fianco a lei c’è suo nipote che, conoscendo la sua sensibilità,  cerca di metterla a suo agio.

In quali scuole ha studiato? E in quali anni ha insegnato alle scuole elementari? 

A metà degli anni ‘50 ho incominciato a studiare in un collegio di Bergamo. Lì ho ripetuto la terza elementare per volontà di mio padre, che riteneva fossi impreparata. [N.D.R. cosa impossibile da pensare, per noi del 2009]. Per arrivarci o prendevamo la corriera, o in tempo di guerra chiedevamo un passaggio salendo su carretti di chi doveva andare in città; ci facevano salire gratuitamente, perché ci si aiutava a vicenda.
Uscita da questo collegio sono andata a studiare alle magistrali per quattro anni. Di Gorlago eravamo in poche, le altre ragazze non studiavano.
La signora conta sulle dita e poi, guardandoci, riprende:
Una era la zia Gianna, una la zia Rosa, l’altra io! Poi, negli anni ‘60 ho cominciato a insegnare «all’ estero», cioè un po’ per tutta la bergamasca: a Castelli Calepio, a Chiuduno, Tavernola. Ci andavo a piedi, in bicicletta o con mezzi di fortuna. A Tavernola avevo cinque classi e una era vicino a una stalla, non vi dico che… Profumi! Sono arrivata a Gorlago negli anni ‘70.

Quali strumenti si usavano quotidianamente a scuola quando insegnava lei?

Quando andavo a scuola io c’erano dei temperini che a voi sembreranno molto strani, ci impiegavamo tantissimo tempo per temperare le matite, perché andavano sfoltite, quasi tagliate. Erano composti da una lama molto tagliente e bisognava far forza sulla matita per poterla temperare. Per scrivere usavamo i pennini con il calamaio; solo successivamente si è passati alle penne stilografiche che aspiravano l’inchiostro, e alla fine le stilografiche con le cartucce, che si usano ancora oggi.

Dopo aver risposto a questa domanda la signora si alza e va a prendere tutti gli oggetti che ci ha citato prima. Si mostra intraprendente e indipendente in tutto, non vuole che altri vadano al suo posto. Poi riprende a raccontarci:
Quando andavo a scuola io essere mancini era un problema: infatti tante maestre legavano dietro la schiena la mano sinistra per far imparare a scrivere con la destra. Quando sono diventata insegnante io non ce ne è stato più bisogno perché si era già passati alla penna stilografica, che asciugava prima. 
Avevamo un quaderno a quadretti e uno a righe, infine per colorare c’erano solo i pastelli e come libri uno solo: il sussidiario. La maestra era unica e insegnava tutte le materie. E le pagelle erano molto strane rispetto a oggi, infatti si scriveva con il pennino e la scrittura sembrava stampata tanto che era bella! Ovviamente c’erano diverse materie che oggi non ci sono, come «bella scrittura» e «igiene e cura della persona»…
Invece le gite ai miei tempi non si facevano, quando insegnavo io era già bello se si andava a Bergamo.

La scuola di quando insegnava lei era più severa di quella di oggi? 

Quando andavo a scuola io eravamo cinquanta bambini in una sola classe e proprio per questo motivo le maestre dovevano essere severe. Alcune picchiavano con il «malefico» bastoncino.
Invece quando ho iniziato a insegnare, in una classe di solito c’erano circa trenta bambini e non si picchiava più. I miei alunni mi ritenevano giusta, né troppo severa ma neanche troppo buona e mi vogliono ancora bene. All’inizio si dava del lei, poi qui a Gorlago si è passati al tu.
Era importante essere autorevoli perché molti bambini non erano scolarizzati, ma abituati a scorrazzare liberi per il paese; quindi avevano bisogno di imparare le regole di convivenza. Una volta imparate, però, erano bravi ed era una grande soddisfazione vederli cambiare. Avevamo dei bei discoli anche noi, solo che non avevamo il recupero! Poi, già alle elementari c’erano ripetenti che ripetevano anche per la seconda volta e che erano più’ alti di noi. Mi ricordo di un ragazzo in particolare che non riuscivo proprio a scolarizzare, e pensate che non riuscivo neanche a dormire di notte perché pensavo a come poterlo aiutare! Me ne ricordo anche un’altra: una mattina un ragazzo è scappato da scuola e io l’ho rincorso, come se fossimo Geppetto e Pinocchio.
I bambini con difficoltà non avevano insegnanti di sostegno, ma mi ci sono affezionata tanto. La classe era ornata da disegni e cartelloni, i miei alunni erano bravi a disegnare ed erano stati anche premiati a Bergamo per il concorso di disegno, disegni che conservo ancora… E che ci mostra con orgoglio. 

Perché aveva deciso di fare la maestra? Le manca il suo lavoro?

Non ho deciso io questo tipo di scuola, non sapevo neanche cosa fossero le magistrali, ma mi ci sono trovata e sono stata contenta! 
Mi è mancata la scuola e ho sofferto a stare a casa.

Com’era la scuola in paese? Vede ancora i suoi alunni?

Mentre costruivano la scuola elementare, negli anni ‘70, stavamo in case private: chi aveva la disponibilità offriva degli spazi. C’è stato un periodo dove siamo stati smistati sopra all’unico parrucchiere di Gorlago. Erano aule scollegate tra loro, non c’erano le bidelle, i corridoi… Ma all’interno avevamo tutto il necessario; infine siamo passati dove ora c’è il Comune. Ho incontrato i miei alunni un mese fa, a scuola, poi abbiamo fatto un piccolo rinfresco alle scuole elementari, ero contentissima di rivederli anche perché erano in tanti, in diciassette. Mi ricordo tutti i nomi ed è una scoperta vederli crescere, uno è diventato nonno! Rivederli grandi mi ha commosso. Sono stata la maestra anche del sindaco! Quando ci incontriamo per il paese ci facciamo festa e mi chiamano maestra, qualcuno Natalina.

Si faceva l’intervallo?

Quando ero a scuola io nelle aule avevamo le stufe in terracotta, la maestra ci appoggiava la mela, che mandava un profumo delizioso per la classe. I bambini invece mangiavano un panino, se c’era, perché tanti non ne avevano. La campanella, quando suonava, veniva azionata dal bidello.
Ai miei tempi le classi erano divise tra maschi e femmine, ma quando ho cominciato a insegnare le classi erano già unite. Ricordo che la segreteria della scuola non era a Gorlago, ma a Trescore o a San Paolo d’Argon.

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