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Luigi Manenti

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di Simonelli Thomas Singh Harmanjeet

«I primi strumenti di misurazione nel mio lavoro erano la bindella, il metro e lo squadro agrimensore. Ora non si usano più, sostituiti dalla stazione totale, che è tutta elettronica, mentre qui di elettronico non c’era nulla».

Gianluigi Manenti è l’ultimo di nove fratelli, è un geometra di Gorlago ora in pensione.
Si è diplomato come geometra cinquantacinque anni fa in un istituto tecnico a Bergamo e ha sempre vissuto a Gorlago, dove risiede tutt’ora.
L’abbiamo intervistato nel cortile della scuola su delle panchine; è un uomo di media statura, indossa un maglioncino marrone ed è venuto a scuola per rispondere alle nostre curiosità accompagnato da un collega un po’ più giovane di lui, portando una misteriosa borsetta di vecchie strumentazioni, mentre il suo collega ne aveva portato con sé una zeppa di attrezzature più moderne, per farci capire come è cambiato il lavoro del geometra nel tempo. Si vede subito che è un signore che ama il suo lavoro e il suo paese e ce l’ha dimostrato parlando con gioia, vivacità e una voglia di raccontare impressionante.
Attualmente, come abbiamo già detto prima, è in pensione, però fa ancora qualche lavoretto.

Come è cambiato il lavoro del geometra nel tempo?

La parola geometra non vuol dire costruttore di case, ma «misuratore della terra».  La figura professionale del geometra esiste solo in Italia e inizialmente non si usava il termine «geometra» ma «perito agrimensore», che vuol dire appunto «esperto misuratore di terreni».
I geometri inizialmente avevano solo il compito di misurare qualsiasi tipo di terreno: agricolo, industriale e residenziale; poi, quando nel 1929 è stato istituito l’ordinamento del geometra, è stata data la possibilità anche ai geometri di fare piccole costruzioni che non superassero i 1.500 metri quadrati.
Le prime case venivano costruite tutte in mattoni, poi, quando si sono accorti che l’Italia era un territorio sismico, si è cominciato a usare il cemento armato.
I primi strumenti di misurazione nel mio lavoro erano la bindella, il metro e lo squadro agrimensore. Ora non si usano più, sostituiti dalla stazione totale, che è tutta elettronica, mentre qui di elettronico non c’era nulla; il gps, che si collega ai satelliti e oltrepassa gli ostacoli fisici, è una sorta di palmare; adesso si usano anche i droni.
C’è stata un’evoluzione soprattutto per quanto riguarda i materiali e gli strumenti, ma può essere utile confrontare due tipologie di misurazioni. 
Anche noi ragazzi abbiamo sperimentato questo metodo, misurando la distanza tra noi e una pianta prima col disto, poi con la bindella… Le misure coincidono! Esperimento riuscito!

Il geometra ci mostra una foto: correva l’anno 1967, quinta geometri, su quel pezzo di ricordo è ritratta tutta la classe, manca solo lui, che ha scattato la foto, e si vedono gli strumenti di allora: il tacheometro o teodolite, le stazioni e le stadie. Il signor Manenti continua a spiegare:

Come è cambiata l’urbanistica di Gorlago nel tempo? A cosa si dava più importanza prima e a cosa ora?

Una volta non c’erano piani urbanistici, quindi si poteva costruire ovunque, bastava avere i soldi.
Poi, nel 1975, proprio quando io ero assessore all’urbanistica nel comune di Gorlago, sono diventati obbligatori i piani regolatori. Non essendoci i droni, abbiamo chiamato l’Igm, una ditta di Firenze, che ha utilizzato un aereo per sorvolare Gorlago e Carobbio e fare i primi piani di fabbricazione.
Ci è risultata chiara la necessità di salvaguardare il più possibile il territorio, in particolare il centro storico, senza modificare nulla. In Gorlago ci sono due centri storici, il castello, zona di protezione con costruzioni addirittura del 1200, 1300 e 1500; ma il palazzo più antico, risalente all’800 d.C., è dei tempi di Carlo Magno, è quello all’imbocco della via che vi porta a scuola, sorgeva come guarnigione militare a salvaguardia del ponte romano che portava a Carobbio. 
Il paese allora pian piano si è ampliato verso nord, dove c’è la chiesa, che era lontana dal centro abitato. 
Questa salvaguardia è stata un bene da un punto di vista, perché ha permesso di tutelare gli edifici storici, ma ha avuto come conseguenza lo svuotamento del centro; oggi varrebbe la pena tentare di recuperare il centro storico.
Adesso le zone edificabili si possono contare sulle dita di una mano, perché il territorio del nostro paese è molto piccolo: è una sorta di Liguria, lunga e stretta, girata di novanta gradi: quattordici chilometri di lunghezza per 800 metri di larghezza.
Negli anni ‘50, dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie alle assunzioni della centrale elettrica, c’è stato un aumento della ricchezza e quindi un boom demografico. Però non si può costruire sotto le linee elettriche perché può essere pericoloso.

Lei ama Gorlago. Se dovesse consigliare ad un turista di visitare qualche luogo, quale gli indicherebbe?

Nel nostro paese ci sarebbero tantissimi posti degni di nota, per esempio Villa Bolis, Villa Gozzini,  Villa Siotto Pintor o anche il castello. Ma il posto a cui sono più legato, anche se non è turistico, è la casa in cui sono nato, che si trova in via Siotto Pintor 1, di fronte alla villa: c’è un grandissimo affresco con un crocifisso davanti al portone della villa in cui sono nato. Precedentemente era la villa dei Lanzi che erano una ricca famiglia del 1700 che in passato avevano commissionato le tele della chiesa parrocchiale, sulle quali si erano fatti ritrarre per sottolineare che erano loro i committenti.  Il suo interno era stato ripartito in appartamenti da affittare.
La mia famiglia era composta dai miei genitori e nove figli e nonostante non fossimo benestanti, mio papà, nel ‘56, comprò la televisione, così ogni pomeriggio venivano tutti i bambini del palazzo a vedere programmi come Rintintin, Lessie, Furia il cavallo del west da noi. Mi sembra di sentire ancora le raccomandazioni di mia mamma che si preoccupava che non mettessero i piedi sulla sedia! Poi, la sera, alle 20.30 venivano in casa gli adulti per Lascia o raddoppia.

Come era la vita dei ragazzi in paese? Dove vi trovate e cosa facevate?

Negli anni ‘70 e ‘80 l’unico ritrovo era l’oratorio, si imparava a servir messa e si giocava. L’oratorio è un luogo di preghiera ma anche di ricreazione. Era più piccolo di adesso, ma più vivo. Nel 1954 il curato di allora fece costruire la Grotta di Lourdes. C’era il campo da calcio, che era girato rispetto ad ora. Si giocava anche a pallavolo e per un certo periodo anche a tennis. Il bar non c’era.
Nella piazza di fronte al comune poi non c’era nulla e d’estate i contadini stendevano il grano mietuto per farlo essiccare in attesa dei carretti coi buoi che venivano, prima di sera, per portarselo via. Noi ragazzini ci passavamo sopra con la bici e i contadini ci correvano dietro per farci scappare perché non lo rovinassimo.
I giochi che si facevano erano Cippa, Lipa, Mondo, Nascondino, giochi di legno o biglie e tutti i giochi possibili immaginabili, tutti all’aperto, in piazza, o nei cortili. Facevamo la raccolta di figurine Panini, c’era il Pizzaballa, portiere dell’Atalanta, che era introvabile… Forse i produttori lo facevano apposta! Io raccoglievo anche i francobolli.

Quali differenze ci sono tra i giovani di ieri e oggi? Come vede la nuova generazione di Gorlago?

È bello esser giovani, a voi chiedono «cosa farai da grande?», invece bisognerebbe chiedere «cosa hai fatto da piccolo? Hai realizzato quello che sognavi da piccolo?».
Una volta non c’erano cellulari o playstation, i problemi di allora sono anche molto simili a quelli di oggi, fortunatamente una volta non c’era la droga, che è un rischio grossissimo. Una volta i genitori lasciavano girare liberi i figli per il paese perché non c’erano i rischi che ci sono oggi, per cui si ha paura a lasciar uscire figli o nipoti di casa, io per primo che sono nonno mi pongo questo problema.

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