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Grazia Corali

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di Basma Chaouki Manahil Afzal

«Il premio Bruno Corali va a chi dimostra una passione propria, che vuole portare avanti, perché quando ci si muove con passione le cose reggono. Passione e creatività sono due parole d’ordine per Bruno Corali, che fin da giovane era molto curioso, voleva creare qualcosa e farlo funzionare»

Per la signora Corali la passione è la cosa più importante, il motore che ha dato vita alla sua azienda e che ha creato un legame con la nostra scuola. La signora Corali ci racconta tutto della vita sua e di suo padre, commuovendosi parola dopo parola, parlando con orgoglio e con un sorriso stampato in viso. 
Vi siete mai chiesti come sono fatti i pallet cuciti? Be’, Corali Grazia ci racconta in questa intervista come e perché questa idea è venuta in mente a suo padre Bruno Corali.

Cosa fa la vostra azienda?

La nostra azienda produce impianti per pallet. È nata nel 1957 da un’intuizione di mio padre che, vedendo casse di cartone cucite da macchine, ha pensato di poter cucire anche il legno, invece di inchiodarlo. Negli anni ‘60 è stato costruito il primo stabilimento a Carobbio degli Angeli, che lavorava le cassette di legno, nel ‘70 lo ha ampliato e nel 1976 ha cominciato a costruire macchine per pallet. La storia del pallet è particolare: a una fiera in Germania, un dirigente della Mercedes, vedendo la cucitura delle cassette, ha chiesto a mio padre se si potesse fare anche per i pallet, pur essendo più spessi delle cassette. Bruno Corali ha accettato la sfida, così la prima macchina l’abbiamo costruita per la Mercedes.
Oggi i nostri impianti fanno 360 di questi bancali e 4600 cassette in un’ora.

Prima di mettersi in proprio, cosa faceva?

Prima di aprire la sua azienda, il signor Corali lavorava come socio per la OMD, a Gorlago, vicino al cimitero, che produceva macchine che lavoravano il cartone. Per motivi economici, avendo quattro figli e un padre con l’alzheimer da accudire, e perché si sentiva sminuito nel suo valore, ha maturato la decisione di aprire un’azienda da solo coi soldi della liquidazione. La moglie, pur sapendo che sarebbe stata dura e che avrebbe visto pochissimo il marito, gli ha detto: «Se ci credi, fallo». Così ha cominciato: con solo 100.000 lire e il grande supporto della moglie. Ha iniziato a costruire argani per la Montedison, poi a pensare a questa macchina particolare. Più di una persona ha creduto in lui, ma tutto è partito così: da una cantina.

Com’era venuta a suo padre l’idea di cucire le cassette di legno? 

Questa idea era venuta a mio padre perché pensava che usando la tecnica del martellamento i lavori non si riuscissero a finire in fretta e fossero più complicati, perciò ha deciso di produrre i pallet e le cassette di legno cuciti, e questa tecnica ebbe successo.

Com’è lavorare in un’azienda a conduzione familiare?

Noi siamo quattro sorelle e un fratello: era difficile lavorare con cinque fratelli, più ancora con i familiari. Finché c’è stato mio padre, faceva da collante, ma quando è venuto a mancare, le cose sono peggiorate. Io sono subentrata come amministratore delegato tre anni prima della morte di mio padre, in un momento in cui l’azienda stava andando male. Ora a lavorare in azienda siamo io e mia sorella Elena e la portiamo avanti da vent’anni.
Ma la nostra azienda non è però familiare solo per ragioni di parentela, ma anche come metodo: curiamo il rapporto tra le persone, perché è molto importante il rapporto umano. È fondamentale stabilire rapporti chiari e dire cosa si pensa.

Come si faceva pubblicità una volta?

Mio padre ha iniziato facendo pubblicità all’azienda distribuendo volantini sui tavolini dei bar ad una fiera a Bologna. Poi avevamo un giornalino e inviavamo nelle aziende i fax. Sia ieri che oggi partecipiamo tanto alle fiere, portiamo sul luogo le macchine e mostriamo ai clienti come funzionano. È una scelta che oggi non prende nessuno, perché è costoso e impegnativo, ma noi ci teniamo a mostrare i nostri macchinari.

Ha un legame con il paese di Gorlago? 

L’azienda ha un legame con la scuola perché per me la creatività è alla base di tutto. La scuola offre conoscenze che servono a scoprire la propria passione, e questa è la cosa più importante. A questa scuola abbiamo donato, quindicianni fa circa, una classe con le apparecchiature per le lingue, intitolata a Corali e a sua moglie. Il comune ha anche intitolato una via a Bruno Corali.
Legami più personali riguardano i ricordi della mia infanzia, che ho vissuto giocando in via Roma, in zona Bettole, vicino alla centrale, luogo di ritrovo e gioco per tantissimi ragazzi. Senza grossi rischi, perché negli anni ‘70 non passavano macchine.
Ho frequentato qui le scuole elementari, mi sono trovata benissimo, poi però sono andata a scuola a Bergamo, in collegio, e ho perso molti legami. Non c’era la biblioteca e al posto della scuola c’era un campo dove mio padre andava a far volare i suoi brevetti. Purtroppo anche mio padre non aveva tantissimi legami in paese, perché alcuni, negli anni ‘70, dopo il 1968, hanno cominciato a guardare agli imprenditori non come qualcuno che portava benessere in paese, ma come qualcuno che guadagnava sulla fatica degli altri. 

Cos’è il Premio Corali per i ragazzi della secondaria di Gorlago?

Il premio Bruno Corali va a chi dimostra una passione propria e che vuole portarla avanti, perché quando ci si muove con passione le cose reggono.
Passione e creatività sono due parole d’ordine per Bruno Corali, che fin da giovane era molto curioso, voleva creare qualcosa e farlo funzionare. A sedici anni costruiva alianti, da solo, facendoli volare per i campi di Gorlago. Ha depositato al centro brevetti di Milano 280 brevetti. Era un ragazzo normalissimo, senza genitori ricchi, non poteva andare a scuola, ma aveva una mamma che gli insegnava che la cultura era più importante del cibo: lo portava a visitare Milano, evitando piuttosto di mangiare. Il padre lavorava alla centrale elettrica, l’allora Edison.
Con questo premio si vuole ricordare mio padre e incentivare le doti che tanti ragazzi hanno.

Durante l’intervista, la signora ci mostra con orgoglio uno degli oggetti premiati: un fumetto scritto e disegnato da un ex studente delle medie.

Creatività: e la sua?

Zero! Pare sterile da dire, ma io ho scoperto la mia creatività entrando in azienda: a me i numeri cantano, e mi piacciono. Con loro riesco a gestire non solo la quotidianità, ma anche la parte emozionale della mia vita: parlare con le persone, indirizzare, formare, che è l’aspetto più bello.

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