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Famiglia Austoni

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di Arianna Brevi Valeria Licaj

«Io e mio marito ci siamo sposati nella chiesetta di San Michele, nel borgo antico di Chiuduno, il 7 aprile 1969, il Lunedì dell’Angelo; non mi sono sposata in paese, perché c’era già un altro matrimonio; Chiuduno era il paese di mio marito. Avevamo io venti e lui ventitré anni, io mi sono sposata minorenne, perché la maggiore età si raggiungeva a ventuno anni, per cui mio padre aveva dovuto firmare per acconsentire al matrimonio».

Nella zona Bettole vivono i coniugi Austoni, una coppia di anziani molto felice e innamorata.
La loro casa è accogliente e luminosa con uno spazio all’esterno molto ampio, ma la cosa più curiosa, forse, è che la loro abitazione è attaccata all’azienda di famiglia, che lavora il ferro.
Sono stati così gentili da venire a scuola per questa intervista. Li incontriamo all’interno di un’aula colorata e accogliente. La signora Austoni porta i capelli rossi, è sempre sorridente, e ha un aspetto gentile, simpatico e amichevole; il signor Austoni ha i capelli grigi e sembra più riservato, ma durante l’incontro si è rivelato molto simpatico e in vena, di tanto in tanto, di battute che ci hanno fatto sorridere. Con loro hanno portato una borsa della spesa, uno stendardo e un megafono. Il loro sorriso ci ha colpito particolarmente: dopo tutte le difficoltà che hanno passato, tra cui anche il periodo del Covid, ci hanno raccontato di come le difficoltà si possano affrontare con forza e coraggio attraverso la fede e l’amore. 

Vi va di raccontarci il giorno del vostro matrimonio?

Io e mio marito ci siamo sposati nella chiesetta di San Michele, nel borgo antico di Chiuduno, il 7 aprile 1969, il Lunedì dell’Angelo; non mi sono sposata in paese, perché c’era già un altro matrimonio; Chiuduno era il paese di mio marito. Avevamo io venti e lui ventitré anni, io mi sono sposata minorenne, perché la maggiore età si raggiungeva a 21 anni, per cui mio padre aveva dovuto firmare per acconsentire al matrimonio, e mi ricordo che diceva che non voleva andare in comune a firmare, perché gli sembrava di vendere sua figlia! Una volta ci si sposava presto! Il vestito da sposa l’avevo preso in prestito da una cugina, per fortuna mi calzava a pennello, e quello di mio marito lo avevamo preso dal sarto pagandolo dopo perché non avevamo soldi, bisognava consegnarli tutti in famiglia.
A questo punto il signor Austoni, fino a quel momento silenzioso, sottolinea che la sua sposa era bellissima, avremmo dovuto vederla! Poi continuano:
La festa si è svolta in una trattoria alla buona, a Telgate. Cucinavano il bollito, la lingua, il risotto col brodo. Eravamo meno di una cinquantina, ai matrimoni potevi invitare solo pochi parenti. Come regali avevamo ricevuto dei vasi di vetro per i fiori, dei vassoi e delle tazze per il caffè. Eravamo molto contenti quel giorno, perché ci amavamo!  
Poco prima di sposarci ero andata a Bergamo alla Buona Stampa a comprare un libretto sui metodi naturali per non avere bambini subito, ma dopo un mese ho cominciato a non star bene… Nove mesi e una settimana dopo è nato il nostro primo figlio, per fortuna è venuto al mondo nove mesi e una settimana dopo! Altrimenti sarei stata indicata a vita! A maggior ragione perché mi ero sposata fuori dal paese!

Vivete nella contrada Bettole e siete capi-contrada. Come è cambiata la contrada negli anni? Cosa significa essere capi- contrada? 

Le contrade sono nate circa nel 1990 su iniziativa del parroco Donato per poter comunicare più velocemente con tutte le zone del paese. Lo abbiamo diviso in sei contrade, ognuna con il proprio stendardo. A giugno facevamo i giochi organizzati dalla polisportiva e coinvolgevamo anche i bambini. Allora però il lavoro della contrada durava tutto l’anno: a Natale, per esempio, si organizzava la sfilata vestiti da pastori, giravamo tutto il paese e andavamo anche alla casa di riposo per festeggiare con i nonnini, si facevano anche il presepe vivente e la capanna. Anche per gli uomini era bello, perché si trovavano magari al sabato e un po’ per volta costruivano il presepe, tutti si sentivano coinvolti e collaboravano tra di loro, poi la sera andavano tutti insieme a mangiare alla Giasera, una trattoria in zona. Anche a santa Lucia, ogni contrada si organizzava perché un carro portasse per le vie una ragazza vestita di bianco.

Che significato ha il vostro stendardo?

È stato fatto negli anni ‘90 da Belotti Piercarlo, a mano. In fondo allo stendardo è dipinta la chiesetta di san Felice, che è stata la prima chiesa parrocchiale di Gorlago perché era l’unica in centro al paese, oggi è privata; poi abbiamo il ponte dove passa la ferrovia, il ponte Rivellino, poi c’è la torre di avvistamento che comunicava con il castello di Montello, la centrale elettrica dell’Enel, che ha rovinato il paese dal punto di vista del paesaggio, ma che ha portato molta ricchezza, i capannoni e infine la cascina Locatelli, che rappresenta tutte le cascine dei dintorni; la contrada Bettole allora era la parte periferica del paese.

Avete un’azienda che lavora il ferro. Qual è la storia della vostra azienda?

L’azienda nasce nel 1976 a Chiuduno: dopo circa due anni di fatiche avevamo acquistato terreno a Gorlago e avevamo costruito il capannone nel 1977, più tardi abbiamo costruito anche la casa. Inizialmente eravamo due soci, ma dopo due mesi il secondo socio si è messo in proprio, così ho rilevato io l’azienda di Gorlago. Si lavorava per altre ditte, loro ci davano i disegni e noi li realizzavamo. Uno dei periodi più brutti è stato nel 1982, quando ci è accaduta una disgrazia: il direttore dell’azienda che ci dava lavoro si sparò alla testa lasciandoci senza il grosso del lavoro, abbiamo cercato di collaborare con ditte locali, e abbiamo avviato una collaborazione con la ditta Corali e la ditta Pedrini. Poi è subentrata una ditta grossa, che è la Babates in Val Seriana, che poi è fallita, e in quel periodo facevamo fatica a «portare a casa i soldi», ma con l’aiuto del Signore stiamo andando avanti e siamo arrivati fino a oggi. Ora la ditta è gestita da nostro figlio e nostro genero. Nel 2000 abbiamo ampliato il capannone per portare il prodotto finito che serve alle aziende. Una cosa diversa rispetto ad adesso è che il rapporto tra azienda e cliente una volta era più personale, ora si usa il computer per comunicare e si perde quel rapporto. 

Come si viveva negli anni ‘70 a Gorlago? 

Fino al 1957 non c’era acqua in casa, perciò si doveva andare a prenderla alla fontana. Il bagno in casa non c’era e si andava nei campi. Mancavano la lavatrice e tante altre comodità, ma ci sentivamo tutti uguagli gli uni gli altri e ci divertivamo: ognuno col suo secchio, si andava a prendere l’acqua. Eravamo felici così.
Le ragazze di una volta non studiavano molto, non c’erano le scuole medie in paese, per cui se non si apparteneva a casati benestanti non si proseguivano gli studi, ma imparavano a cucire e fare le faccende di casa, dalle suore, che gestivano l’oratorio femminile, che era dove ora c’è la casa di riposo. Una volta quando veniva il fidanzato in casa mia mamma diceva: «Fatti vedere con qualcosa in mano, così capisce che sei una donna da sposare!». Allora io ricamavo.
Si preparava la dote che veniva messa in un baule, si compravano i pezzi di stoffa e si cucivano e ricamavano le lenzuola e le tovaglie. Le bambine che avevano una mamma brava a cucire potevano giocare con le bambole di pezza.
I ragazzi invece stavano all’oratorio maschile, dove si trova l’oratorio attuale, e quelli che venivano individuati dal parroco come bravi proseguivano gli studi in seminario. 

Vi piace la musica? Come la ascoltavate negli anni ‘70?

Sì, ci piace la musica. Prima degli anni ‘60 usavamo il magnetofono, poi è arrivato il mangiadischi per i 45 giri, e ascoltavamo il jukebox nei bar. Quando ci trovavamo da fidanzati, in compagnia anche di altri amici, ci portavamo dietro questi strumenti, in bici, e ascoltavamo musica: Lucio Battisti, Gianni Morandi, Bobby Solo. Per comprare il magnetofono abbiamo dovuto fare gli straordinari e mettere via i soldi, perché anche gli straordinari venivano consegnati in casa. L’ultima busta paga da dipendente del signor Austoni segnava 316 ore lavorative in un mese! 

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