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Emanuela Gozzini

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di Singh Sukmanjot e Nespoli Vasco

«Le mie radici sono qui. Ho deciso di restare a Gorlago per amore, che è il valore che muove tutto: amore per la famiglia, per la mia terra e la casa, perché chi eredita case antiche ha un “onere e onore”, c’è tanta bellezza, ma anche la necessità di tenerla in piedi».

Un mio compagno di classe, Vasco, la prof.ssa Breda e io siamo andati a intervistare la signora Gozzini, una signora dall’aspetto sempre elegante, sui sessant’anni, a cui piace molto viaggiare. Originaria del Sudafrica, in gioventù ha girato il mondo e ora vive in Villa Gozzini, nei pressi del castello, nella parte più antica del paese.
Oltre il cancello d’ingresso si intravedono, sebbene coperti dalle impalcature per i lavori in corso, affreschi e colonne. Una volta entrati vediamo delle porte antiche che conducono a chissà quante stanze. La signora Gozzini ci attende in una sala che lei ha ribattezzato Sala del tempo, perché interamente affrescata con allegorie sullo scorrere del tempo da Antonio Maria Caneva, nel 1591, quando, dopo un lungo periodo di guerra, si aveva voglia di bellezza.

«Quando ti nutri di bellezza», ci ha detto la signora Gozzini, «sei bello anche dentro».
È in questo luogo unico che cominciamo la nostra intervista.

Qual è la storia della sua villa, che funzioni aveva nel paese?

La villa aveva un ruolo difensivo ed è stata costruita più di mille anni fa, la torre che si vede all’ingresso prima era molto grande, ma poi è stata mozzata dai veneti.
Il castello si chiama Guarneri, non Gozzini, perché l’ultima nobile Guarneri, mia nonna, ha sposato un Gozzini e i figli maschi hanno preso il nome del padre. Per questo passerà alla storia come dimora Guarneri, perché per settecento anni è stata abitata dai nobili Guarneri.

Come ha vissuto da bambina a Gorlago? Quali giochi faceva in questa villa?

Villa Gozzini per la mia famiglia era la residenza estiva, per il resto dell’anno vivevamo a Bergamo. Negli anni ‘60, quando già stavamo a Gorlago ma la scuola non era ancora finita, un personaggio storico del paese, chiamato Checco, (era proprietario di un bar dove c’era uno dei pochi telefoni del paese), ci portava a scuola, in qualità di taxista, su una bellissima vecchia Fiat con un salottino posteriore. Ricordo che nella cascina di fronte a villa Gozzini, dove vivevo io, chi ci stava per tutto l’anno, mancando il riscaldamento, metteva nel letto un mattone scaldato sulla stufa. Erano cascine plurifamiliari, senza veri bagni, dove si viveva in povertà. C’erano però grandi divertimenti per i bambini: il primo era il Cherio, poi si giocava a tirare i sassolini contro il muro, a Pallaguerra e altri giochi come Pirlì (che consisteva nel tirare un bastoncino per colpire un altro bastoncino), giocavamo a biglie. Nelle sere d’estate era bellissimo vedere il borghetto animarsi di nonne che si appostavano con le seggioline fuori dai portoni, a chiacchierare e a tirare tabacco, per liberare il naso. Di giorno nelle corti venivano posizionati tutti i materassi, che erano di lana, venivano sventrati e la lana cardata e ripulita. Il procedimento durava più giorni, per cui si dormiva in materassi fatti di foglie di mais o crine di cavalli. Per noi bambini era una gioia stare accanto a chi lavorava chiacchierando e ricamando.

Lei viene dal Sudafrica, quali erano le differenze tra quei luoghi e il paese di Gorlago?

Io sono nata in Sudafrica, paese di lingua madre inglese, e mia mamma si è trasferita in Italia in nave, si chiamava bastimento, circumnavigando l’Africa, fino ad arrivare al porto di Trieste e quindi a Gorlago, paese di mio padre, che era un nobiluomo milanese poi tornato in questo paese.
Pensate che tempo fa ho ritrovato dei cassoni con ancora i timbri del bastimento contenenti fazzoletti di carta e pannolini usa e getta, che in Sudafrica si usavano già, ma non esistevano ancora nella realtà contadina di Gorlago. Mia madre aveva addirittura portato con sé un frigorifero portatile!
Altra differenza: mia mamma venendo dal Sudafrica aveva le scarpe, qui si usavano perlopiù gli spei, gli zoccoli, le scarpe erano solo per la domenica, per chi le aveva.  
Io da piccola parlavo solo inglese, poi ho imparato il bergamasco come quinta lingua.
Un bel giorno degli anni ‘60, tornando a Gorlago da Bergamo, non ho più trovato le bestie: da un anno all’altro i contadini avevano lasciato le cascine per trasferirsi nelle case popolari, e molti di loro erano diventati operai.

Visto che lei ha girato tante parti del mondo, perché ha scelto di restare proprio a Gorlago?

Il bello di viaggiare è scoprire che esiste ancora molta gente che vive ancora come facevamo noi nelle cascine. Persone che vivono serenamente e in pace, provo grande rispetto per loro, perché esprimono equilibrio e saggezza.
Amo le lingue e il viaggiare al punto che per anni ho accompagnato i turisti come guida in giro per il mondo: India, Cina, Thailandia, Indonesia.
Nel frattempo però abitavo a Gorlago, avevamo chiuso la casa di Bergamo e siamo venuti a vivere qui. La ristrutturazione del castello, avvenuta negli anni ‘90, è stata pensata per dare una sistemazione a me.
Le mie radici sono qui. Ho deciso di restare a Gorlago per amore, che è il valore che muove tutto: amore per la famiglia, per la mia terra e la casa, perché chi eredita case antiche ha un «onere e onore», c’è tanta bellezza, ma anche la necessità di tenerla in piedi. Quindi, se è un onore abitare in una casa dove la mia famiglia ha vissuto per settecento anni, il mio dovere, sebbene abbia visto posti deliziosi e soprattutto popoli affascinanti (come la civiltà Sikh nel Punjab), è quello di tenere in piedi il castello, la dimora della mia famiglia. Qui avevo mio marito, che ora non c’è più, e ho il mio cane Wowo.

La villa è gigantesca. Ci vive da sola e quale è il luogo di questo castello che le piace di più?

La villa è divisa in diverse abitazioni che sono in affitto, perché io sono sola e non ho bisogno di tutte le stanze presenti in questa struttura, che altrimenti sarebbe difficile mantenere in ordine e pulita. Anche i costi di manutenzione sono molto alti, per cui è importante poter avere delle entrate. Il mio lavoro è quello di gestire gli affitti, fare i conti, fornire i servizi per gli affittuari.
Il luogo che mi piace di più è la stanza che io chiamo Sala del tempo, ricca di affreschi su questa tematica. Ho riscoperto questo luogo quando ho aderito a un progetto con lo SFA di Gorlago, che si occupa di ragazzi disabili, ai quali mi sono trovata a spiegare la sala per prepararli a diventare guide turistiche del loro territorio. Devo ringraziare i ragazzi perché mi hanno fatto scoprire il valore di casa mia, e nell’affresco sullo scorrere del tempo rivedo me stessa.

Come è mantenere una villa antica? Quali mansioni bisogna svolgere? Se ne occupa da sola?

Questo era il posto più povero del paese, dove abitavano molte famiglie povere, che vivevano in una sola stanza all’interno della quale si tirava una tenda: da una parte stavano le femmine, dall’altra i maschi. Poi, negli anni ‘90, abbiamo iniziato a ristrutturare.
Mantenere una villa da sola è molto difficile perché ci sono diverse stanze da tenere in ordine, bisogna prestare attenzione alla conservazione dello stabile, in dipendenza dal ministero delle belle arti, e in più devo occuparmi della gestione degli estranei che affittano le case, dopo essermi appurata che siano in grado di curare per bene i locali. È fondamentale essere sempre presenti e pronti a intervenire se necessario. Trovare i mezzi per tenere in piedi questa casa è mio dovere.

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