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Adriano Gambarini

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di Christian Trovenzi Ouafiq Amin

«Negli anni ’70, a ventidue anni, ho aperto la mia officina, nel pollaio di casa mia: l’ho ripulito e ho comprato le prime macchine, tra cui una fresatrice. Il mio precedente datore, quando ho chiesto consiglio, mi ha risposto: “Abbassa la testa e alzala tra dieci anni”, e dopo dieci anni così ho fatto: sono riuscito a realizzare il capannone vicino alla casa e davo lavoro a otto dipendenti: era il 1980»

Adriano Gambarini ha settantacinque anni, dirigeva una ditta di minuteria meccanica ed è stato sindaco.
Per l’intervista siamo stati accolti nella sede della Caritas di Gorlago, di cui è anima attiva. Ci hanno deliziato con caramelle e biro, con il marchio della Gambarini, in regalo. L’aria era intrisa di un buon profumo e tutto era molto ordinato. Ci siamo seduti e abbiamo cominciato a parlare.

Quale è stata la sua vita scolastica in preparazione al suo lavoro?

Sono sempre stato un bambino fragile, già a cinque anni sono stato ricoverato in ospedale per una nefrite, ma sono sempre stato combattivo. Ho frequentato le elementari a Gorlago, ma le medie non c’erano, per cui quando non avevo ancora undici anni ho smesso di andare a scuola e sono andato a lavorare in un’officina, ma il titolare, una grande persona, sapendo che non avevo studiato, mi ha dato lezioni di meccanica e me ne ha trasmesso la passione. A tredici o quattordici anni ho seguito i corsi di disegno, matematica e tecnologia delle ACLI e a sedici anni ho capito che se volevo diventare un buon meccanico dovevo studiare, per cui mi sono iscritto alle serali dell’Esperia come tornitore e meccanico, sempre continuando a lavorare.
Per potermi permettere i corsi, oltre al lavoro come meccanico, il sabato e la domenica lavoravo come cameriere o gelataio: venivo da una semplice famiglia composta da papà, mamma e cinque figli, e non potevamo permetterci molto, perciò se si voleva qualcosa bisognava guadagnarsela. A diciassette anni ho iniziato a fare l’impresario di sale da ballo, gestendo cinque sale con due soci, fino ai ventiquattro anni, quando è nata la mia prima figlia.

Qual è la storia della sua azienda? Di che cosa si occupa? 

Negli anni ‘70, a ventidue anni, ho aperto la mia officina, nel pollaio di casa mia: l’ho ripulito e ho comprato le prime macchine, tra cui una fresatrice. Il mio precedente datore, quando ho chiesto consiglio, mi ha risposto: «Abbassa la testa e alzala tra dieci anni», e dopo dieci anni così ho fatto: sono riuscito a realizzare il capannone vicino alla casa e davo lavoro a otto dipendenti: era il 1980.
Ho sempre lavorato per terzi, non producendo un prodotto mio. Il 90% ho lavorato per la Corali e da loro sempre sono stato spronato.

Lei ha ceduto la sua azienda ai dipendenti, alcuni dei quali anche nel paese. Perché questa decisione?

Nel 2006, dopo trentasei anni di artigianato, sono andato in pensione, sono subentrati alcuni operai (N.D.R. tra cui mio padre). Il motivo è che nel 1998 ho dovuto subire un trapianto di fegato a Londra, con successivo rigetto nel 2001, e non ne avevo più le forze.
Ai miei dipendenti ho sempre consigliato di seguire corsi di meccanica, per tenersi aggiornati, e in due, che ora sono soci, hanno seguito il mio consiglio.
Ho deciso di lasciarla a loro perché quando io sono stato assente per il trapianto, i miei dipendenti sono andati avanti senza di me benissimo, e di questo sono sempre stato riconoscente. 

È stato sindaco: perché ha deciso di candidarsi?

Nel ‘79 con alcuni amici, in primis l’ex sindaco, mi invitarono alla presentazione delle liste per le amministrative dell’80 nella Democrazia Cristiana. Vincemmo e iniziai la mia prima esperienza come assessore allo sport. Nel mandato successivo feci l’assessore allo sport, alla cultura e vicesindaco. Dal ‘90 al ‘95 il consiglio mi ha eletto sindaco, perché ero l’unico che, lavorando a Gorlago, sarei stato presente sul territorio in caso di emergenza: sono stato l’ultimo sindaco della Democrazia Cristiana. L’idea di candidarci è nata nel contesto della parrocchia, perché sia io sia la maggior parte degli amici entrati in lista con me gravitavamo come volontari attorno a essa. Risale infatti ai nostri anni di mandato la costruzione del centro Carisma, cinema e asilo, che prima era nella zona del ricovero, e la modifica del campo sportivo.
Inoltre è stato spostato il comune, che prima era dove oggi c’è la biblioteca, mentre dove si trova ora c’era la scuola, prima elementare e poi media. Tra gli anni ‘80 e ‘90 infatti abbiamo costruito le scuole e la palestra dove sono attualmente.
All’interno del comune c’erano anche l’ufficio di collocamento, gli uffici postali e gli ambulatori medici.

Quando domandiamo quale sia la cosa più importante che ha fatto per il paese, rimaniamo stupiti. Ci saremmo aspettati un’opera, una costruzione, invece il signor Gambarini ci mostra con orgoglio una cartelletta: è lo Statuto Comunale, che regola tutte le funzioni del comune. «È stato un lavoro impegnativo e che ha coinvolto diverse persone», ci spiega, «sono 78 articoli. Lo statuto è stato poi distribuito in tutte le case».

È anche volontario della Caritas: che cos’è e di che cosa si occupa?

La Caritas è un’associazione italiana che aiuta le persone con problemi economici o sanitari, attraverso dei prestiti per assistenza medica o altre problematiche, che possono essere ripagati a rate, oltre a dare pacchi alimentari (una sessantina di famiglie una volta al mese viene a ritirare i pacchi).
Svolgo questo servizio perché, quando avevo nove anni, prima di Natale entrò in casa un signore con un pacco di viveri e dolci. Chiesi a mia mamma chi fosse, lei mi rispose che era un volontario della San Vincenzo. Da lì decisi che avrei fatto il volontario anch’io: infatti nel 1975 sono entrato nella San Vincenzo parrocchiale di Gorlago, per dare un contributo alle persone bisognose. Il parroco poi mi chiese di seguire corsi per la Caritas a Trescore, e nel 2011 entrai nella Caritas al Centro Zelinda di Trescore, nel 2019 il centro si è stabilito qui, ed è vicariale.
Facendo servizio da molti anni, ho potuto vedere come il mondo del volontariato sia cambiato, oggi facciamo molta attività di ascolto in questa sede, mentre una volta con la San Vincenzo si andava a trovare il malato o l’anziano in casa o in ospedale. Ora spesso dà fastidio che si entri in casa. Anche la società è cambiata: alcune culture diverse dalla nostra non gradiscono che si entri in casa e si comportano diversamente da noi, per esempio: noi pensiamo che se qualcuno non ci guarda in faccia è maleducato, invece abbassa lo sguardo per mostrare rispetto. Per saperci comportare correttamente e rispettare le diverse culture facciamo appositi corsi con psicologi. 
Noi cerchiamo di supportare e accompagnare le persone perché possano poi camminare con le proprie gambe, e questo dà grandi soddisfazioni sia a noi che a loro.

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